A come arteterapia

L’arteterapia in Italia, da pochi anni, fa parte di un variegato e numeroso gruppo di professioni, definite da un apposito decreto (D.L. 14/01/2013 n. 4) “professioni non riconosciute”. In tale insieme dal nome quanto mai significativo, trovano posto amministratori di condominio, grafologi, nutrizionisti, osteopati, archeologi, sociologi, traduttori e chi più ne ha più ne metta.
Tracciando la genealogia di questa disciplina, anche al fine di individuarne i confini e renderli più definiti e riconoscibili, ci si avventura in territori affascinanti, e si scopre abbastanza facilmente che in essa confluiscono, fondamentalmente, due spinte originarie, intuibili già a partire dal suo nome. In luoghi diversi, in epoche vicine ma non coincidenti, infatti, artisti da un lato e psichiatri dall’altro iniziano ad introdurre l’arte e le sue tecniche in contesti “anomali”, e legati al concetto di patologia o di presa in carico di un problema. Cogliendo il potere quasi magico del processo creativo, quale luogo in cui si mettono in gioco molteplici risorse cognitive, emotive e trasformative, e intuendo il potenziale comunicativo dell’arte come linguaggio alternativo al verbale, capace di portare alla luce contenuti inconsci, altrimenti inesprimibili, i pionieri dell’arteterapia pongono le basi di questa disciplina, riuscendo a portare speranza in luoghi inattesi: il ghetto ebraico di Praga e i campi di concentramento di Terezin (F. Dicker-Brandeis), i quartieri più svantaggiati di New York e i centri di neuropsichiatria infantile (E. Kramer), gli ospedali psichiatrici (M. Naumberg).
Decenni di applicazione e di casistica hanno contribuito all’affermazione dell’arteterapia nei paesi anglosassoni e di lingua spagnola. In molti paesi è ormai fuori discussione la portata efficace e versatile dell’arteterapia, nella prevenzione e nel trattamento di variegate patologie e problematiche e anche nella diagnosi di patologie di origine psichica o nella presa in carico di persone affette da stress post-traumatico.
Nonostante questo passato glorioso, e decine e decine di casi narrati in letteratura specifica, in Italia l’arteterapia non gode, purtroppo, dell’autorevolezza che meriterebbe.
Il ruolo di arteterapeuta risulta infatti ancora troppo spesso schiacciato tra due poli: da un lato le scienze psicologiche, affermatesi anch’esse faticosamente, stentano a riconoscere una specificità a tale disciplina, e si preoccupano di una eventuale sovrapposizione di ambiti, in realtà inesistente.
Dall’altro l’arte applicata, e il fiorire sempre più evidente di laboratori creativi rivolti a tutti, in contesti scolastici, extrascolastici, e sanitari, presume che il solo processo creativo, con il suo innegabile potere, sia per se stesso terapeutico.
È necessario, oggi più che mai, definire chiaramente i contorni e i contesti dell’arteterapeuta, distinguendo i suoi compiti, le sue funzioni, i suoi strumenti, da quelli dello psicoterapeuta e del maestro d’arte.
È necessario riuscire a far comprendere che l’arteterapeuta professionista accompagna i suoi pazienti, o utenti (anche la difficoltà nel dare nome a chi gli si rivolge, è di per se significativa) in percorsi di consapevolezza di sé, di riconoscimento e presa in carico di problematiche, di rielaborazione di vissuti dolorosi o traumatici attraverso un codice specifico, il codice artistico, appunto.
L’arteterapeuta è un esperto dell’immaginario, e delle modalità attraverso le quali tale immaginario emerge e prende forma negli elaborati di qualunque persona. Conosce le tecniche artistiche e le caratteristiche che fanno sì che alcune siano opportune per qualcuno, e per qualcun altro no. Sa “leggere” le immagini nei loro aspetti fenomenologici, formali, e ricondurne le leggi alle modalità di funzionamento e/o “disfunzionamento” dell’individuo. Sa costruire una relazione di fiducia e gestire transfert e controtransfert, anche al fine di accompagnare i propri pazienti in un graduale, calibrato e progressivo affrancamento dalla terapia.
Un percorso arteterapeutico funziona non nella misura in cui si riferisce a qualche teoria psicologica ad esso sottesa. Né, semplicemente, per le straordinarie capacità di un maestro d’arte di risvegliare l’artista nascosto in ciascuno di noi, riattivando le sue potenzialità creative.
Un percorso arteterapeutico funziona nella misura in cui risponde a determinate caratteristiche, irrinunciabili, che devono essere presenti e avanzare di pari passo, senza che l’una prevalga sull’altra, sbilanciandosi, dunque, verso uno dei due poli da cui trae origine tale disciplina, ma ai quali non può più (e non deve) ridursi.
Lo sguardo dell’arteterapeuta è uno sguardo che passa attraverso un triplice filtro: gli aspetti fenomenologici e formali dell’opera del paziente, quelli relazionali che ne permettono la manifestazione, quelli di contenuto che vi si manifestano, attraverso un linguaggio iconico e non verbale. Nessuno di tali aspetti può mancare. Ognuno deve essere presente in tutte le fasi del percorso. Si tratta proprio, per tentare di usare una metafora, di un filtro, come quello che si può sovrapporre all’obiettivo di una macchina fotografica, e che ci permette di vedere la realtà, ciò che osserviamo, in un modo “speciale”. Non è sufficiente immaginare tale filtro semplicemente come una lente colorata, che si limita a mostrarci la realtà in bianco e nero, o con i colori falsati o enfatizzati. La realtà, vista attraverso quel triplice sguardo, si mostra come “codificata”, come in Matrix. L’arteterapeuta esperto, allenato all’uso di tale filtro, non vede di fronte a sé codici, e numeri, ma, pur vedendo oggetti, figure, persone, sa leggere i codici e i numeri che essi “veicolano”.
Un punto in una certa zona del foglio, dunque, posto da un paziente dopo una serie di altri punti posti su altri fogli, acquista significati specifici, che l’arteterapeuta sa riconoscere, rinforzare, valorizzare, restituire all’autore affinché proceda nel percorso intrapreso.
Una casa, un albero, un volto….. Un colore, una forma, una linea…hanno senso se letti attraverso tale filtro, anche in relazione a quanto li segue e li precede. Hanno senso, possono essere compresi e “utilizzati” dall’arteterapeuta che sa guardarli attraverso tale filtro, che tiene conto della relazione, dei vissuti, delle modalità tecniche proprie di chi li ha “disegnati”, plasmati, “creati”.
L’arteterapeuta, dunque, non può in alcun modo sostituirsi al psicoterapeuta. Il codice artistico che utilizza, visto attraverso un “filtro” specifico, non si sovrappone a quello verbale.
Non può nemmeno limitarsi a essere un bravo maestro d’arte. Il processo creativo non è di per sé sempre sufficiente alla trasformazione e al cambiamento di situazioni patologiche.
In tal senso, dunque, difficilmente un album di figure prestampate da colorare (per quanto raffinate ed eleganti possano essere) può essere definito “arteterapia”. Eppure in Italia, paese nel quale l’arteterapia è una professione non riconosciuta, l’appiattimento tra essa e tali fascicoli acquistabili in edicola e in libreria è un paradosso in atto. L’arteterapia, finalmente, giunge all’orecchio del grande pubblico. E l’arteterapeuta rischia di essere sempre più relegato a figura pleonastica, sostituibile non solo da psicoterapeuti e artisti, ma anche da albi illustrati.
È urgente dunque dare concretezza e fondamenta solide e condivise all’arteterapia. Sgombrare il campo da sovrapposizioni, da fraintendimenti, da confusioni. Per attribuire finalmente, anche in Italia, un volto definito a tale disciplina, affinché possa il prima possibile uscire dal recinto delle professioni “non riconosciute”, ed essere finalmente riconosciuta nella sua autonomia e autorevolezza.
Marta de Rino.